
Frida non avrebbe chiesto all’algoritmo
Spesso, quando penso al marketing, non mi vengono in mente né Cesare né Napoleone. Non i condottieri, non gli strateghi da prima linea. Penso agli artisti. A quelli che hanno trasformato il dolore in arte, la fragilità in linguaggio, la solitudine in segno.
Penso a Frida Kahlo.
E mi capita di immaginare come avrebbe vissuto oggi, se al posto della tela ci fosse stato un profilo Instagram. Se avesse dovuto raccontare se stessa tra un carosello e una story, se le avessero detto di essere costante, di usare i trending audio, di pubblicare alle 11 del mattino perché “l’engagement è più alto”.
Frida non aspettava i like. Lei dipingeva. Perché aveva bisogno di esistere, e per lei l’espressione era sopravvivenza.
Ecco perché oggi voglio parlarti di comunicazione, sì — ma voglio farlo partendo da lì. Dal punto in cui non si parla più di tool, ma di identità. Dall’osso scoperto del perché.
Sei stanca. E non è solo fatica fisica. È una stanchezza che ha a che fare con il sentirsi invisibile. Con il mettere fuori ogni giorno qualcosa, ma non ricevere mai niente indietro.
Hai aperto un profilo per farti conoscere. Ti avevano detto che “dovevi esserci”. Hai fatto il corso, hai scaricato i preset, hai comprato il calendario editoriale da 2,90€.
Ma non ti riconosci più in quello che pubblichi.
Ogni post è un compromesso. Ogni caption una forzatura. E quel che è peggio, nessuno sembra accorgersi che ci sei.
Ti sei chiesta se fosse il giorno sbagliato. L’orario sbagliato. L’hashtag sbagliato.
Ma forse il problema è che stai cercando di dire qualcosa che non è più tuo. O che non lo è mai stato.
Frida ha passato la vita a chiedersi: chi sono io, davvero?
Dopo l’incidente che le ha spezzato la colonna vertebrale, ha iniziato a dipingere autoritratti. Non per narcisismo, ma perché era l’unico volto che poteva vedere. Era costretta a guardarsi, ogni giorno, in faccia.
E tu? Ti sei guardata davvero, ultimamente? Hai osservato con onestà cosa offri, a chi, e perché?
Spesso il caos comunicativo nasce da un dolore identitario. Non sappiamo più dire chi siamo, quindi proviamo a farlo con mille tentativi. Ma senza una base solida, ogni contenuto è solo un post in più.
Ecco perché ti senti stanca.
Ecco perché tutto sembra “non funzionare”.
Non perché tu non sia brava, ma perché stai costruendo una casa su fondamenta di sabbia.
Immagina per un attimo di smettere di inseguire le tendenze, e iniziare a costruire dal cuore.
Succede qualcosa. Senti che quello che pubblichi ti somiglia. Le persone iniziano a rispondere non solo con un like, ma con messaggi veri. Ti dicono “mi sono emozionata”, “sembrava che parlassi a me”.
Succede perché hai smesso di urlare, e hai iniziato a parlare. Con la tua voce. Con le tue parole.
Frida non dipingeva per piacere. Dipingeva per raccontarsi.
Tu non devi piacere a tutti. Devi essere riconoscibile da chi cerca proprio te.
Sei seduta al computer. Hai provato a scrivere un post, ma dopo 10 minuti stai già scrollando. Senti che tutto è già stato detto. Che il tuo servizio non ha nulla di speciale. Che non hai foto nuove, idee brillanti, caption da effetto wow.
E mentre pensi questo, nel frattempo aiuti le tue clienti. Con cura, con attenzione, con talento. Ti dicono che sei bravissima. Ma online, non passa.
Questo è il dolore di non avere una strategia che ti somigli. Il dolore di sentirsi divisa in due: la te vera, e quella che appare.
Ecco, io sono qui per ricucire.
Io dico sempre che “il bello si coltiva, il resto si pianifica”. E non è solo un modo carino di dire che la comunicazione richiede tempo. È un invito a cambiare approccio.
Frida non improvvisava. Ogni colore, ogni dettaglio, ogni fiore tra i capelli era una scelta. Perché parlava al mondo. E tu puoi fare lo stesso.
Come?
Frida avrebbe pubblicato un autoritratto con le cicatrici. Avrebbe parlato di dolore, di corpi imperfetti, di amori sbagliati e sogni troppo grandi. Avrebbe scritto post pieni di poesia e rabbia. E ci avrebbe ricordato che la comunicazione non è performance, è esistenza.
Tu non sei un algoritmo. Sei una persona. E la tua voce merita di essere ascoltata anche se non è ottimizzata.
Si comincia da una domanda semplice:
Mi riconosco, in quello che sto facendo?
Se la risposta è no, non buttare tutto. Non mollare. Respira.
Torna alle fondamenta. Torna al perché hai iniziato.
Scrivi una frase che ti rappresenti. Racconta cosa fai come se lo spiegassi a un’amica. Elimina quello che non ti serve.
E poi, piano piano, ricostruisci.
Quando ti senti persa, cerca uno specchio. Non per guardarti, ma per vederti davvero.
Io lo faccio ogni volta che ascolto le storie delle mie clienti. E ogni volta che ho voglia di mollare tutto, ripenso a Frida. A quanto fosse difficile, a quanto fosse doloroso, eppure lei non ha mai smesso di raccontarsi.
Non ti serve un piano perfetto. Ti serve un luogo dove tornare.
Io spero che questo blog, oggi, sia stato quel luogo per te.
Se vuoi cominciare a mettere ordine con qualcuno accanto, ti aspetto in call conoscitiva.
Con un po’ di caffè, ironia e strategia botanica, possiamo coltivare insieme la tua voce. Proprio come faceva Frida: con fierezza, con forza, con verità.
Tante care cose,
Cate
Il bello si coltiva, il resto si pianifica.
Utilizziamo cookie tecnici, analitici e di profilazione per migliorare la tua esperienza sul sito. Cliccando Accetta, acconsenti all'uso di tutti i cookie.