
La mia avventura con i social parte da un vecchio ufficio dove risolvevo problemi “catastrofici” (un po’ come in un film di supereroi… ma senza superpoteri e senza pericoli veri).
Era tutto un: “Oddio, non ci pagano la fattura!” o “Si è bloccata la fotocopiatrice, siamo spacciati!”, quando in realtà bastava un colpetto (alla macchina, non al collega) per tornare alla normalità. In poche parole, un contesto abbastanza ripetitivo.
L’unico spiraglio creativo? I social. Prima ancora di Instagram, c’era Facebook, e ancor prima il mio blog su WordPress. Piccoli mondi in cui coltivare la fantasia mentre intorno a me si rischiava la crisi di nervi per un toner finito.
Poi è arrivata la passione per l’artigianato, e lì ho visto la luce: perché non aiutare piccole aziende a mostrare ciò che hanno di bello da offrire? Ho detto: “Ok, ci penso io!” e sono tornata al mio primo amore, il marketing, stavolta in modalità social media strategist.
Quello che mi distingue è la capacità di calarmi nei panni dei miei clienti. Un po’ come un attore, ma senza tappeto rosso e con uno stipendio di gran lunga più modesto.
Non è scontato: ascolto ed empatia non si scaricano da ChatGPT. E fidati, c’è gente che prova a “schiaffare” una foto nel prompt e dice: “Fammi un piano editoriale perfetto!” (No, non funziona così).
Per me, gestire i social significa fissare obiettivi chiari. Non ha senso pubblicare post solo per avere una pagina “carina”. Se vuoi vendere di più, ottimo, ma quello è un obiettivo aziendale, non “social”. Dobbiamo tradurlo in azioni mirate, dove i social sono una parte del tutto. E se non c’è un traguardo definito, la pubblicazione fine a sé stessa diventa giusto un esercizio di stile (o un modo per far felice la zia… ma anche la zia, prima o poi, vuole vedere qualche risultato concreto).
Un’altra cosa che mi caratterizza è la mia sete insaziabile di studio: divoro corsi (online e in presenza), libri, webinar… sembro quella che si chiude in libreria e non ne esce finché non la cacciano. Ho scoperto gli archetipi di Jung(fantastici per costruire il brand), le tecniche di copywriting, i segreti della fotografia. Ogni piccola competenza diventa un’arma in più per servire i miei clienti in modo ancora più personalizzato.
Quando inizio una collaborazione, preferisco un incontro di persona (sì, sono un po’ vintage, ma davanti a un caffè ci si capisce meglio). Mi immergo nelle storie, nei valori, nei problemi dell’azienda, e da lì nasce la strategia. Poi presento un preventivo dettagliato: non un foglio con un prezzo, ma un piccolo progetto con linee guida, obiettivi e scadenze. Firmiamo il contratto (sì, è noioso, ma si evitano tante noie in futuro) e iniziamo davvero: call, scambi di materiale, confronto costante.
Il primo mese è di assestamento: “Questo testo ti suona come tuo?”, “Questa foto rappresenta davvero lo stile del tuo brand?” Se la risposta è no, si rivede tutto finché non troviamo la tonalità giusta.
Nel tempo, mi è capitato di perdere clienti perché non si sono aperti del tutto. Non puoi costruire un racconto se la parte che dovresti raccontare resta in silenzio, no? Invece, con chi si fida, nascono collaborazioni durature.
Ogni tanto ci fermiamo a riflettere se la strada che stiamo percorrendo è ancora quella giusta, e se serve ribaltare tutto, lo facciamo. La cosa più bella è vedere l’identità di un’azienda rinascere con un taglio coerente e unico.
Per misurare i risultati, utilizzo le KPI (Key Performance Indicators) concordate col cliente. Si parte da notorietà e percezione, poi si passa all’engagement e via via a obiettivi più specifici. Ho smesso da tempo di credere alle leggendecome “un post a settimana basta” o “le sponsorizzate servono a chi non sa comunicare”. Sui social la differenza la fa la strategia, punto.
Oggi si sente dire “Tutti devono stare sui social”. In realtà, solo se hai qualcosa da dire e se sei disposto a metterci la faccia. I social non sono un negozio dove appendi cartelli “saldi” sperando che la gente arrivi in massa: sono luoghi di connessione e narrazione. Se vuoi restare offline, benissimo, nessuno obbliga nessuno (e magari trovi pure la felicità su un camper in giro per il mondo).
Il tempo del fai da te sui social è praticamente finito, almeno per chi vuole risultati reali. Puntate su qualità, professionalità e competenza. Se qualcuno dice che basta “un post ogni tanto” o che i report non servono, scappa a gambe levate. E se si proclamano esperti di comunicazione ma ti sbagliano tutti i congiuntivi, beh… meglio evitare.
Come diceva una grande donna: “Dopotutto, domani è un altro giorno.” E finché ci sarà voglia di raccontarsi, condividere e interagire in maniera autentica, i social rimarranno un’occasione straordinaria. Con una spruzzata di ironia, ovviamente.
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